“Il cristiano del futuro o sarà un mistico o non sarà”. Con questa citazione del teologo Karl Rahner don Sebastiano Raciti ha dato l’avvio alla giornata di riflessione e spiritualità vissuta dagli adulti di Azione Cattolica della nostra diocesi, riunitisi nella “Casa San Giuseppe” a Milo, per riflettere sulla spiritualità del laico cristiano come fondamento della cura dell’anima, da cui discende l’attenzione verso i fenomeni del mondo e della storia.
Don Raciti, citando il teologo tedesco, ha inteso porre l’accento sulla necessità per i cristiani di oggi di tornare a essere mistici, nella misura in cui è proprio la cura della spiritualità personale a determinare la qualità dell’impegno individuale. Fuggendo dal rischio del “devozionismo”, spesso frutto di uno scivolamento verso il “pensiero magico”, il cristiano ha bisogno di recuperare le cinque caratteristiche fondamentali della spiritualità cristiana, che per sua natura è:
- “Trinitaria”, aperta allo Spirito Santo, radicata in Cristo crocifisso e risorto – fondamento dell’esperienza cristiana.
- Concentrata sugli elementi essenziali della rivelazione cristiana. Ovvero sull’esistenza di Dio, la possibilità di rivolgersi a Lui, l’ineffabile incomprensibilità della natura divina;
- Alla ricerca di una personale e profonda “esperienza di Dio”. L’unica che può suscitare quel “coraggio della fedeltà” che viene chiesto ai martiri contemporanei capaci di testimoniare la fede: guardate a lui e sarete raggianti (salmo 34). La fecondità delle opere viene dall’essere “dentro la relazione con Dio”. Anche per il laico, come per un mistico, è necessario recuperare uno spazio interiore di silenzio. Spazio da destinare alla preghiera, e in cui potere contemplare l’immagine di Dio.
- Esperienza di comunione fraterna. E’ necessario creare forte legami di comunione per sostenersi gli uni con gli altri. E per essere davanti al mondo luce che splende, portatori di opere buone.
- Carica di una dimensione ecclesiale. Ovvero la consapevolezza di aver “ricevuto la fede” dai fratelli e che solo nella relazione con i fratelli si può esperire la vera natura dell’essere Chiesa. Ovvero “assemblea di fedeli”, come recitiamo nel Credo, vera espressione della comunione o omologhia della fede.
I cristiani si distinguono dalle opere
Il battezzato oggi è perciò chiamato a vivere una mistica della vita quotidiana radicata nella Fede, nella Speranza e nella Carità. Da questa fondamentale premessa consegue quanto affermato nella Lettera a Diogneto: “i Cristiani non si distinguono per l’abito ma per le opere”. È dall’ardore della fede che discende l’urgenza della vita vissuta in pienezza.

Nell’Evangelii nuntiandi, Papa Paolo VI affermava che “L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni”. E ciò perché il cristiano non fugge la vita quotidiana, ma la vive, “sporcandosi le mani”.
Saldamente radicato nella storia, deve essere lievito dentro il tempo che ci è data da vivere, col cuore rapito dall’amore di Dio. Solo chi è innamorato può vivere bene, solo la vita che mostra il cuore di Dio diventa convincente e attrae.
Le comunità diventino le case di tutti
La fraternità cristiana che non guarda al valore esteriore, ma al cuore del fratello. Rappresenta quindi una rivoluzione, una risposta straordinaria alla contemporaneità, che oggi sembra quasi congedarsi dal “senso umano”, dominata com’è dalla violenza, dal senso di straniamento e solitudine, dalla sola urgenza dell’appagamento dei desideri individuali.
Per realizzare questa inversione di tendenza è pertanto necessario che le comunità diventino la “casa” di ciascuno. Realmente capaci di accogliere “tutto e tutti”, senza lasciare nessuno alla porta.
In questo processo è fondamentale che il laico cristiano comprenda che la sua rilevanza nella società non è data dall’importanza del ruolo che ricopre, ma dal servizio che sa esprimere, e che in questo “cammino” di umiltà recuperi la centralità del sacramento della Riconciliazione vissuto non come momento di mera contrizione, ma come esperienza della festa dell’incontro con Dio padre misericordioso.
Testimoniare l’amore di Dio per entrare in comunione con gli altri
Bisogna ricordare che la porta per entrare in comunione con l’altro è “Dio”, non “Io”. Che la Chiesa è la tenda di Dio fra gli uomini dove entrano tutti – nessuno escluso – poveri e peccatori. Se si vuole davvero testimoniare l’amore di Dio agli altri, bisogna tenere lo sguardo fisso su Gesù che “ha messo la sua tenda tra noi” incarnandosi e sposando la condizione umana. Amando l’uomo prima di essere amato.

Sul suo esempio, il cristiano stringe relazioni facendosi compagno del fratello come Gesù sulla strada di Emmaus. E comprende che nello scambio con Dio, tra la nostra umanità e la sua divinità, l’uomo acquista pienezza di vita facendo esperienza viva di una relazione d’amore col Signore, che si nutre dell’ascolto della Parola e della frequente esperienza dei sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucarestia. Tale esperienza esige di essere donata ai fratelli che ogni giorno incontriamo, in famiglia, nei luoghi di lavoro, negli ospedali, nel tempo libero. Con una particolare cura per coloro che vivono particolari esperienze di solitudine, emarginazione, fragilità e povertà di diversa natura.
L’impegno del laico nella cura del mondo
Volendo dare seguito alla ricca riflessione di don Sebastiano, le attività del pomeriggio sono state dedicate all’incontro con due “testimoni attivi” della fede: Sara Scudero, presidente dell’associazione “Mi casa es tu casa”, e Orazio Maltese, responsabile del centro di ascolto della “Misericordia” di Acireale.
Entrambi hanno messo in evidenza la chiamata concreta a cui i laici sono chiamati a rispondere all’ interno delle comunità. Cioè stare accanto a chi vive situazioni di difficoltà, prendersi cura dei loro bisogni e, insieme, intraprendere iniziative volte ad aiutarli a superare le difficoltà del vivere quotidiano.
Entrambi hanno presentato le attività peculiari delle due associazioni entro cui operano. Dal supporto ai minori in difficoltà o provenienti da situazioni di estrema povertà, guerra e carestie, ai servizi di inserimento. Dal sostegno a situazioni di disagio psicologico per i migranti in difficoltà, alla visita agli anziani e al supporto materiale e spirituale delle persone indigenti.

Con intensa umanità hanno risposto a diverse domande relative alle motivazioni che li hanno indotti all’azione. Relative agli ostacoli che hanno incontrato, ai frutti che hanno raccolto, agli insegnamenti che ne hanno tratto e che possono trasmettere.
Comune alle due esperienze è stato il profondo senso di giustizia che li anima e che impedisce di “girarsi dall’altra parte” di fronte a situazioni ingiuste. E la consapevolezza che ciascuno, per quanto apparentemente piccolo, può e deve fare la sua parte.
È emerso, durante il confronto, che sebbene le attività delle due associazioni abbiano come scopo il sostegno di soggetti fragili e in varie difficoltà (povertà materiale, spirituale, educativa), uno degli ostacoli maggiori è la relazione con gli enti pubblici e la burocrazia che spesso non facilitano l’azione dei volontari.
Ciò indica la necessità da parte di tutti i cittadini di “fare rete”, vigilando sull’operato dell’amministrazione pubblica affinché diventi sempre più soggetto “facilitatore” nella vita delle comunità.

Lo scontro con le diverse difficoltà, in entrambi i casi, ha spinto a non retrocedere, ma, al contrario, a proseguire nel cammino. Sara Scudero ha detto che spesso le sfide sono state per lei fondamentali e hanno rafforzato la sua determinazione a continuare. E che, proprio quando la sofferenza è stata soffocante, la relazione con l’altro ha rappresentato la salvezza.
In un involontario rimando a quanto sostenuto da don Raciti, anche nel suo caso, è la relazione con l’altro a costituire il motore dell’azione, richiamando il senso di umanità che ciascun uomo deve tenere desto.
A questo proposito, Orazio Maltese ha ricordato Sant’Ignazio di Loyola, che sollecitava l’uomo a non chiedersi “quale fosse il tempo giusto per agire”. Perché il tempo giusto è ora, il momento presente, la storia che stiamo vivendo.
I due ospiti hanno poi sottolineato come, contrariamente a quanto si possa pensare, sia “Mi casa es tu casa” che la “Misericordia” non soffrono attualmente una crisi di partecipazione riguardo ai volontari. Mentre hanno ribadito che il volontariato è un’attività seria, che richiede impegno e costanza nel tempo. Ma che, come ricorda Orazio, “dona gioia a chi lo fa”. Soprattutto se, come sostiene Sara, “il volontario è consapevole che non si può tradire il proprio cuore”. E che quindi l’attività di volontariato risponde proprio alle istanze più vere e intime di ciascuno.
In un momento storico penoso, in cui sembra che l’umanità stia smarrendo la propria natura, Sara Scudero e Orazio Maltese, ciascuno portatore di un carisma differente, ma ricco di quanto ha donato, ci invitano a guardarci intorno. A non chiudere gli occhi di fronte ai drammi del presente. A non perdere la speranza di poter cambiare la storia cercando di individuare “ciò di cui il mondo ha bisogno”.
Da cristiani siamo chiamati a rispondere a questo appello, a non farci vincere dallo scoramento. A considerare questo tempo di crisi, come indicato da don Raciti, come kairòs, “tempo di Grazia”, momento opportuno per rinnovarci. Per sperimentare un’occasione di crescita personale, diventare missionari in nome della fede, testimoni di carità, sostenuti dalla speranza di Dio, Padre, Fratello, Compagno di strada.
Numerosi i partecipanti alla giornata – circa 80 – provenienti da diverse parti della Diocesi, vissuta con interesse e desiderio di partecipazione e confronto. Una giornata in cui ciascuno ha potuto sperimentare una bella esperienza di accoglienza e ascolto reciproci, in un clima di gioia e di festa.
a cura dell’équipe adulti
Azione Cattolica diocesana
Una risonanza della giornata / Mi impegno, non mi accontento
Oggi ho iniziato la mia giornata canticchiando “dove Tu mi vuoi io sarò… come Tu mi vuoi io andrò” (cambiando qualche fattore).
Non mi ha fatto mai impazzire questa canzone, scelta in parrocchia soprattutto per le celebrazioni animate dai ragazzi. Gridata, a volte, quando si canta il ritornello.
“Come tu mi vuoi” è un canto ”adulto” (1994) ma la versione proposta all’incontro di formazione e spiritualità del 31 agosto (chitarra, voce, sottovoce, ascolto dell’altro, ritmo, preghiera iniziale) gli ha dato freschezza e vitalità nuove. Parole e musica come un’eco leggero che suggerisce nuove avventure della mente e del cuore.
>E così è stato anche per la provocazione donataci da don Sebastiano Raciti sull’essere cristiani, oggi, dentro la storia, in ascolto e ricerca insieme, affidati e radicati nel Signore e nell’ascolto-confronto con i due testimoni e poi tra noi con le esperienze della nostra vita.
Un’eco mi torna a distanza di un po’ di giorni dal nostro ritrovarci: ”Abitati… Abitiamo”…..con la passione, la pazienza e la tenacia del ricercatore, con la voglia di custodire e coltivare il desiderio… .Si, il desiderio! (Invito ad ascoltare con me la canzone “Il desiderio” di Giorgio Gaber) “Il desiderio” – dice il testo – “è la cosa più importante… è l’emozione del presente…. è l’esser vivi in tutto ciò che si può fare” quando inventi ogni momento. E’ un’attrazione un po’ incosciente… l’affiorare di una strana voce che
all’improvviso ti seduce…è già un futuro che in silenzio stai sognando… è l’unico motore
che muove il mondo…”. Mi impegno, non mi accontento!
Rina Di Maria


